28 agosto 2018

Il vento

Sono qui, davanti al monitor, la finestra di fronte e la tua foto di fianco.
Fumo e guardo fuori.
L' azzurro del cielo appena macchiato da bianchi cirri sopra i miei tetti antichi; un leggero vento da nord rende precario il caldo della controra e sembra volersi portar via questa inutile estate oramai esausta.
Ascolto Paul che mi ripete in words of wisdom "Let it be".
Gli do retta.
Del resto, che cosa potrei fare?
Nulla, se non aprire la finestra e lasciarmi accarezzare dal vento fresco.
Tutto il resto o quasi,non è affar mio,non dipende da me,dal mio,dal nostro volere.
Me ne persuado sempre di più anche se dentro di me una lotta perenne tra l'ineluttabilità del destino e la speranza di determinarlo, spesso vana, come è capitato con te.
Penso e rimugino, ma la mia mente non mi dà soluzioni, anzi mi innervosisce perché mi dà ragione, asseconda il mio umore, non mi risponde, non mi sa rispondere.
Mi alzo e apro quella finestra.
Il vento fresco mi avvolge, mi fa sentire più leggero

29 luglio 2018

Dialetto e cultura


Quando da ragazzi ci si innamorava, si era così felici che si voleva far partecipe tutto il mondo di quella felicità, la si voleva raccontare e condividere con tutti.
Per me è stato sempre così anche da adulto... anche adesso...
Mi sono sempre innamorato di tutto.
Il mio ultimo amore è un... pardon... IL MASTER sulla Canzone Napoletana che sto frequentando al Conservatorio di Salerno.
Me ne sono innamorato subito.
Merito dei docenti e precipuamente del coordinatore, maestro Pasquale Scialò, dei compagni di viaggio, colti, intelligenti, sensibili e malati di conoscenza, ma soprattutto dell’oggetto del Master:
LA CANZONE NAPOLETANA!

Non sembri riduttivo e banale, amici, non lo è per nulla, anzi.
La canzone napoletana, così semplice, scontata, anche abusata e da molti ritenuta (anche a ragione) buona per passare una serata tra amici, racchiude in se’ una musica di fattura sopraffina, una poesia di struggente idillio, di reale disincanto o di dolore esistenziale poggiata su costruzioni formali ed esattezze e finezze sintattiche e metriche tal da renderla un autentico capolavoro.
IL TUTTO IN UNO SPLENDIDO DIALETTO NAPOLETANO!!!
Uno dei moduli del Master è proprio lo studio del dialetto napoletano o lingua se si vuole, la fonetica, la grammatica, la sintassi.
Ho scoperto (già lo sospettavo) che il dialetto napoletano (patrimonio UNESCO dal 2014) non è per nulla un modo grossolano o deteriore rispetto all'italiano di esprimersi; al contrario, in esso non vi è nulla di casuale, tutto ha una regola, una derivazione, un perché.
Il napoletano non è affatto, come si pensa, una derivazione dell’italiano, è una sua lingua sorella come del resto il francese e lo spagnolo poiché come loro deriva dal latino.
Qualche giorno fa parlavo con entusiasmo a un mio caro amico della bellezza, della logicità e della scientificità di questo dialetto e lui dopo avermi ascoltato concludeva “chi parla in dialetto o chi lo scrive sapendolo fare, non va censurato ma premiato!”
Eppure non c’è più quasi nessuno a saperlo fare.
Come più volte “denunciato” da Pasolini, dopo il ‘68 ed in concomitanza con le forti emigrazioni dal sud al nord ed all'estero, con la sostanziale scomparsa delle classi sociali tipiche confluite tutte nella nuova ed omologante classe sociale, IL CONSUMATORE, si è sentita l’esigenza di “italianizzare “ gli italiani affrancandoli dai loro dialetti e spingendoli a parlare tutti un altrettanto omologante italiano.
Ciò ha portato (soprattutto nelle regioni del sud Italia) questi nuovi consumatori omologati a detestare il loro dialetto, a non considerarlo più espressione di un modo di essere o un valore ed in qualche caso addirittura ad abiurarlo nonostante continuassero a parlarlo (Pasolini).
In quel contesto si inseriva nel 1970 il poeta siciliano Ignazio Buttitta che scriveva la poesia “ Lingua e Dialettu” nella quale avvertiva ed ammoniva che un popolo diventa servo e perde la libertà non quando perde il lavoro, il letto o il desco, “ma quando perde la lingua ereditata dai padri”, poiché con essa perde la sua identità, la sua specificità, la sua appartenenza, la sua cultura e i suoi valori.
Nonostante Pasolini e Buttitta, la delegittimazione del dialetto è proseguita, ma pure dell’italiano in quanto non era quello umanistico ad essere adottato dal consumatore e richiesto dal sistema, ma quello tecnico, aziendalistico, senza anima, senza storia, senza cultura , che ha continuato ad involversi fino ad arrivare ad un impoverimento lessicale impressionante.
Oggi poi la tecnologia lo sta sempre più sostituendo con sigle ed acronimi come si conviene in un mondo che ha sempre più fretta e fretta di fare soldi.
Ed il dialetto?
Che fine ha fatto?
Lo parlano ancora in molti, quasi tutti, senza conoscerlo.
Non lo conosce ormai quasi più nessuno, perché nessuno lo studia e quasi nessuno lo legge, per cui non lo si sa scrivere.
Quando lo si legge sui social, scritto così come si pronuncia, sembra un miscuglio tra slovacco, arabo e onomatopee.
Quello parlato, come in tutte le lingue, denota lo stesso impoverimento dell’italiano (non parliamo degli accenti volgari e bestiali anche nella stessa Napoli) a testimonianza dello scarso, scarsissimo livello culturale.
Terminerà questa epoca da basso impero.
Verrà un nuovo umanesimo.
Ci sarà un nuovo Rinascimento.
Almeno lo spero.

16 luglio 2018

La corsa


Cominciò un giorno d’autunno, la mia
con sol di fianco a me chi là già c’era;
ma freschi mattini di primavera,
mi spingevano fuori, nella via.
Era bianca, lunga, sempre in festa,
vi trovai l’amor e tant’ amicizia;
vigore, fervore, mai la pigrizia
Ci facevan correre a lancia in resta.
Correndo, mi girai e volsi ‘l mio sguardo
fin a veder chi di noi s’attardasse,
Ché già cominciate eran le salite.
Piansi su quelle corse ormai finite.
Or chied’al mio destin che sol mi desse,
Di non tagliar da solo il suo traguardo.

27 maggio 2018

‘E nasille

Me so’ sesuto ‘e notte stammatina 
pe me i’ a fa’ na passiata a pere 
e pe’ me senti’ ncuollo 
‘o viento frisco
d’ ‘a primma matina...
Me so’ pigliato
nu poco ‘e latte,
pe nun me fa veni’ 
na debbulezza ‘e stommaco
e song’ asciuto.
Guardavo e cammenavo.
Vedevo ‘e ccerase ammature
ca ascevano ‘a rint’ ê ffronne
ancora chiene d’acquazzo.




Me parevano tanta
nasille ‘e pagliacce
ca spontavano ‘a fore
a chelli cchiome
verde smagliante.
All’intrasatta
me so’ sentuto ‘e chiamma’: 
Giuvino’,Giuvino’ venite a ccà,
tirateme ‘o nasille...
adduciteve ‘a vocca!
E ie:
Aggiate pacienza...
ma ‘o core nun m’ ‘o dice
‘e v’ ‘o tira’... me paresse
‘e ve fa’ ‘na mal’azione!!



E ancora ‘ isso:
Ma vi sbagliate!
‘A mal’aziona m’ ‘a facisseve
si vuje nun ve fermasseve a me guarda’
e nun me terasseve chillo
ca vuje chiamate
‘o nasille!
Penzate che c’aggie miso
quasi ‘n anno pe m’ ‘o fa asci’!!!





Nun me so’ miso paura:
d’ ‘o viento ‘e jannaro,
d’ ‘o ggelo e fravaro,
d’ ‘e truone ‘e marzo.
Nun m’hanno fatto niente
manco ‘e ggránnele
contratiempo d’abbrile.
Me so vestuta a festa!!
M’ avisseva vuluta vedé!
Chiena chiena ‘e sciure ianche,
ca manca chella percoca la’ abbascio
ca ‘e tteneva rosa
era cchiu’bella‘e me!
Perciò, giuvino’,
non facite ‘o restivo,
tirateme ‘e nasille e diciteme
comme so’ venute!


24 maggio 2018

Pensieri

Corre la mente,
sposta i pensieri,
li annienta e li ricrea
li sparge per l’anima,
li butta via.

È veloce e feconda
eccone di nuovi,
di diversi,
parlano di idee,
di progetti.

Andranno via anch'essi,
prima o poi
anch'essi morranno…
disillusi.

17 maggio 2018

Ieri


Passeggiavo nell'aria fresca e umida di questo maggio inadeguato; passeggiavo per i luoghi che appartenevano a ciò che ero tanto tempo fa; per una stradina con i ciuffi d’erba al centro che ancora costeggia il torrente e con lo stesso cespuglio di canne con cui facevamo le lance per le nostre battaglie.
Camminavo e mi sentivo sereno... rivedevo quelle estati interminabili ...mi sono accorto di star sorridendo ...me ne sono compiaciuto.
Era ieri.
L’anima è di nuovo preda del vento lungi dalla quiete.

19 aprile 2018

La sera


Mi guardo intorno, mi giro, mi siedo, mi rialzo e mi risiedo.
Guardo tutta questa umanità che mi circonda, che mi guarda e non mi riconosce, che non si accorge di me ne’ di tutti... nella frenesia della corsa per trovare il proprio viaggio, per non perdere il treno... e che si ferma e prende fiato solo quando ha individuato il suo, quello che lo porterà dove vuole andare, dove ha deciso di andare, dove è destinato ad andare... e che si placa dal suo vagare, dal parossismo del cercare, del chiedere e dell’indagare su quale sia il binario del suo viaggio e dal perché nessuno glielo indichi... solo quando lo ha trovato.
Quello delle 14 e 15 non è indicato e devo mettermi alla sua ricerca da solo... non posso star fermo ad aspettare come Vladimiro ed Estragone che venga da me... lo aspetterei invano e lo perderei.
Mi vien voglia di farlo, “per vedere di nascosto l’effetto che fa” ...per guardare il caos e la razionalità finta della vita da un altro punto di osservazione... per vedere dove potrebbe condurmi quello successivo.
Vedo anche tante facce che non hanno fretta, che ormai lo hanno perso il treno ...anche quello dopo... e stanno lì in un’accidia esistenziale a guardare il viaggio altrui immaginando che sia il proprio... senza più la speranza negli occhi e con l’obolo a terra.
Verrà per tutti, poi, la sera, a ristorare le fatiche e i dolori, a stemperar le gioie.
Verrà la sera a riveder, con calma ritrovata, i volti frettolosamente incrociati e quelli conosciuti e mai dimenticati ...e penseremo a loro.
Verrà la sera a placar le ansie e spegnere i pensieri.
E poi, placida, la notte.