9 aprile 2020

‘A cammenata

Quanti ccose po’ di’ chesta parola:
quatto passi cu nu cumpagno a père
O cu na bella cumitiva â sera
a mangiá na pizza cu ‘a pummarola

O na juta a nu pizzo furastiero
doppo ca vai â matina e vieni â sera
pare ca tanno hê asciuto d’’a galera
te lèv’ ‘a capa ogni malepenziéro

ma è chesta ccà ‘a vera cammenata
ca senza te fa scurdà addó si nato
te pó ‘mparà a capí ‘o pensiero ‘e ll’ate

chi invece pensa ca ‘o meglio è sul’isso
e sti ccammenate nun s’’e ffà spisso
se penza ch’ è adderitto e invece è fesso !

24 dicembre 2019

Novena...ri di Natale

È venuto n’atu Natale
oggi ‘a ggente meglio me pare
l’amico è comm’ ‘o scanusciuto
oggi nisciuno pigli’ ‘acito!

Ô niro, ô janco, ô musulmano
ô muorto ‘e famma, ô disperato
a tutte mó se dà na mano
senz’abbarà a chi ha pavato

Vurrìa ca fosse sempe ‘o stesso
ma na vota ch’ è asciuta ‘a Messa
ognuna abbara sul’ a isso

Salute a parte, amice carede
l’augurio mio è, a ffinàle
c’ogni gghiurno fosse Natale!

11 novembre 2019

Aisséra

Che dummeneca trist’e chiagnulenta
nun ce sta n’anema mmiez’ a sta via,
traso int’ ‘o bar, ma resto malamente
pecché una vocia sento: ‘a mia.

nun se sente cchiú ‘e rider’ e alluccà,
p’ ‘a scopa,p’ ‘o bigliardo,’o tre a chiamà
tutt’  è cagnato mó, è n’ato munno
e sento ‘a nustalgia pe’chillo ‘e tanno

ma d’ ‘e penziere mie m’alluntano,
fore, a via ‘nfosa pare stramana
ummeta, scura,senza nu cristiano

me sento furastiero â casa mia
scanusciuta me pare chesta via
sperza ce cammina l’anema mia

6 ottobre 2019

Pensieri d’ottobre

Seduto su di uno scalino della Chiesa a contemplare il silenzio immobile e cheto di quel che resta di questa domenica d’autunno.
Il cielo divenuto repentinamente plumbeo sembra confliggere col tepore del crepuscolo.
Di fronte a me le panchine della piazza abbandonate e sole e tutto intorno un tappeto di foglie ormai stanche...
il silenzio è rotto solo da un’auto che passa lenta...
in lontananza la sagoma senza contorni di uno che cammina.

Osservo e il mio pensiero si perde.
A cosa sto pensando mi chiede il social che sto usando.
Che cosa gli rispondo?
Come faccio a spiegargli le sensazioni tenere e melanconiche che mi suscitano questa atmosfera neutra e indefinita?
Sono qui, seduto da solo sul gradino.
sento lontani  gli  affanni di questa vita inutilmente veloce e compulsiva che non mi piace, che non mi interessa...
Sono sempre qui, da solo e felice di esserlo perché posso ascoltare il silenzio e la pace ritrovata delle cose intorno a me...
la sento dentro di me
la sento permeare e rasserenare l’anima mia inquieta...

6 settembre 2019

Luoghi comuni


La piazza del mio paese dove riunirsi per giocare senza giochi,da bambini, per discutere di ogni accadimento,da grandi e per incontrasi ancora da vecchi;
La sezione del partito dove sognare di costruire un futuro per tutti;
Il fuoco del camino dove ascoltare i racconti dei vecchi;
Il campeggio che per duemila lire al giorno offriva mare e gente di ogni dove con cui confrontarsi;
Il bar di zio Pietro  dove si poteva stare anche tutto il giorno a guardar giocare a carte o a biliardo; ad ascoltare le false imprese di sfaccendati e bugiardi cronici, perché più che un bar era un presidio sociale;
La littorina che portava a scuola, a Salerno , che faceva divertire e rendeva tutti uguali.
Si...
La so che state pensando che “luoghi comuni” significa altro, come per esempio, che non esistono più le mezze stagioni o che i napoletani mangiano la pizza e suonano Il mandolino....
Si, lo so...
Ma è di quelli che ho nostalgia

5 settembre 2019

Pe’ ll’aria


Ê vvote guardo ncielo pe’ pruva’
si riesco a te vede’
si, pe’ caso, na nuvola t’arrassumigliasse
si nu sciato d’ ‘o viento tenesse ‘a vocia toia...
Niente
Nun vedo e nun sento niente.

Sento sulo ‘o vvacante dint’ ‘o core,
‘o stesso ‘e tanno...

Ma penzo ca stai llà
Pe’ ll’aria
ca stai passiànno e arraggiunànno cu De André, cu Pasolini, cu Camilleri...

Penzo ca stai llà
Pe’ ll’aria
vicino a me, a nuie
e a chilli ca hê vuluto bene.

Il riso

Non c’è sentimento o intelligenza che tenga.
Quello che ci distingue dagli altri animali e’ il riso.
È una nostra prerogativa...di noi esseri umani.
Che si tratti di quello amaro, di quello sarcastico, di quello ebete, di quello ironico, di quello isterico... resta il fatto che lo abbiamo.
Ma non lo abbiamo semplicemente... ci appartiene!
Noto, andando avanti , che il riso, il nostro riso, ci segue, segue la nostra strada, cresce e muta con noi.
Dapprima è una risata allegra e spensierata, grassa e contagiosa, poi diventa riso, quello più contenuto, consapevole, sempre più difficilmente sguaiato o liberatorio, per declinare, poi, in un delicato, dolce e nel migliore dei casi, sereno sorriso...
Raramente il percorso è diverso, anzi, al contrario,  a volte le sue mutazioni sono più repentine e precoci...
Il riso ha pure un alleato, un grande alleato: gli occhi.
È da lì, dall'osservazione degli occhi mentre si ride che ci si persuade della verità del riso, perché devono ridere anche loro.
Se così non è, il riso è forzato, non è autentico, è finto, è un riso che vuole convincere o rassicurare gli altri della propria allegria o serenità ma non è quello che fa stare bene noi stessi.
Abbiamo bisogno del riso autentico, quello delle labbra, degli occhi e dello spirito se è vero, come è vero, che gli occhi sono lo specchio dell’anima.
Ma nonostante il bisogno da soddisfare, il riso rimane la risultante di una condizione generale di benessere, non lo si può cercare se non lo si ha già dentro, se non si posseggono già le condizioni che possano generarlo...
Se non le si hanno o se le si sono perdute, il riso si spegne e lascia il posto alla disillusione ....quella che non permette più di stupirsi, di immaginare, di sognare e di pensare che una soluzione c’è ancora... ci dev'essere ancora... per forza!
Si viva, allora, affinché quel riso  che abbiamo avuto in dote fin dalla nascita e che la vita ci consuma poco a poco, possiamo rigenerarlo, creando e cercando bellezza e amore  dentro e intorno a noi e si continui, così,  a ridere o a sorridere per le cose belle che ci capiteranno, piccole o grandi che siano  e che ci dovranno ancora  stupire e meravigliare come bambini davanti al cappello del prestigiatore!
Se così non sarà...
ci sarà ben poco da ridere...

24 febbraio 2019

Cronaca di un giorno felice

Sono stato a Napoli ieri con alcuni cari amici che con me stanno facendo quella meravigliosa esperienza che è il Master sulla Canzone Napoletana, ideato da quel “gigante” che è il Maestro Pasquale Scialò e che oltre alle interessantissime discipline ha avuto altri meriti forse neanche immaginati, quello di creare rapporti umani nuovi e veri, di svelare l’esistenza di mondi inesplorati, di vivere esperienze inconsuete, di provare sensazioni ed emozioni tanto più esaltanti in quanto condivise, insomma è stato ed è, almeno per me, ma sono certo, anche per gli altri, un’occasione per allargare lo sguardo, per aprire cassetti chiusi, o per scoprirne di nuovi.
Siamo stati a Napoli, dicevo, per andare a salutare il Maestro Poeta Salvatore Palomba, che avevamo conosciuto perché al Master aveva trattato della grammatica e sintassi della lingua napoletana.
Siamo arrivati a casa sua con un presente per l’anima ( degli spartiti di inizio secolo scorso) ed uno per il corpo( un vassoio di sfogliatelle ricce e frolle) ; ci ha accolti come un nonno i nipoti, ci fatto entrare dentro le sue poesie, nei sui ricordi, nella sua anima tenera e delicata, ha letto per noi e ci ha regalato, con dedica, un suo libro di poesie.
Ci siamo lasciati con la promessa di vederci ancora lì per respirare di nuovo quell'aria intrisa di arte, di cultura, di bellezza.
Dopo la meritata pizza abbiamo raggiunto Piazza dei Martiri dove il Maestro Scialò aveva organizzato un incontro con Francesco De Gregori in occasione dell’uscita del suo nuovo disco, una sua interpretazione di “Anema e core”.
Una introduzione colta e puntuale di Scialò ed una un po’ meno di De Gregori che almeno non è stato antipatico, come gli capita spesso in pubblico.
Gli va dato merito, però, insieme a Scialò, di aver ridato vigore, con questo disco, alla canzone napoletana d’autore, a far comprendere al grande pubblico che la canzone napoletana non è solo rap, trap o neo melodici ed a noi tutti di tornare ad essere orgogliosi del nostro idioma e del nostro immenso patrimonio culturale di cui, spero, riusciremo a riappropriarci.
Dopo l’ennesimo caffè, salutata la nostra amica romana, infreddoliti ma felici, ci siamo rimessi in auto con l’allegria e la spensieratezza dei compagni di scuola in gita scolastica e la mente e il cuore gonfi di felicità e della consapevolezza di aver trascorso un giorno felice!
Se una donna ti fa capire di starci ma tu fingi di non accorgertene, difficilmente potrai avere con lei un flirt.
Se non ti lanci contro un’auto che viene di corsa ma stai sul marciapiede, è improbabile che tu muoia investito.
Mia nonna diceva: “ ‘a morte va truvanno‘ accasione” cioè la morte aspetta il pretesto per venire a prenderti, quindi non darglielo!
E la vita?
La vita è la bella ragazza che ti tenta, è l’auto che passa di corsa, o meglio il treno che passa e rallenta per farti salire.
Anche la vita vuole l’occasione...anzi te la dà ...per mangiare non per nutrirsi, per leggere non per farsi raccontare, per sognare non per dormire, per lottare non per accontentarsi ...insomma... per vivere!


12 gennaio 2019

Povero Faber


"Godetevi il successo, godete finché dura,che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura e andate chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l'ignoranza dei primi della classe (...)"
Si, queste di Guccini, tratte dal Cirano, mi sono sembrate le parole più adatte per sintetizzare lo spettacolo cui ho assistito ieri sera al Teatro Augusteo di Salerno. Uno spettacolo gratuito organizzato da un'associazione meritoria, su Fabrizio De André in occasione del ventesimo anno dalla sua scomparsa.
La locandina pubblicizzava l'evento e annunciava la presenza di Carlo Ghirlandato , tra i più fedeli esecutori delle canzoni di De André e di Michele Ascolese, chitarrista di Faber dal 1990 in poi.
Con entusiasmo prenoto per me e per degli amici e ci vado.

Prendiamo posto, si spengono le luci ed entra un violinista che introduce la serata e soprattutto il famoso Recitativo tratto dall'album "Tutti morimmo a stento". Ottimo inizio, penso, la serata si preannuncia molto interessante...mentre il violino suona entra una signorina bionda, di nero vestita e comincia a declamare il testo del Recitativo (2 invocazioni e 1 atto di accusa, si badi ! ) con un sorriso ebete e fastidioso che lasciava intendere che non avesse affatto compreso cosa stesse leggendo...
Bah... ho pensato... una giovane attrice più preoccupata di leggere bene che altro...
Entra poi il cantante , si siede, blatera qualche parola e comincia a suonare (male) un medley di canzoni con una voce scimmiottante quella di Faber con la cui voce ha in comune solo un il timbro baritonale. Vabbè, questo è il cantante, mi dico, ... non sarà un musicista... adesso che entrerà il musicista vero, Ascolese, riporrà la chitarra e canterà meglio. Entra il musicista ed il cantante ignorando la buona regola non scritta dell' "Ubi maior" suona con lui.
Primo pezzo:il cantante suona La Ballata del Michè e Ascolese suona La Città vecchia.Imbarazzo... scusate... la scaletta... l'ho vista male,si giustifica il chitarrista. Cominciano a suonare... e comincia, quindi, lo spettacolo vero.
Il cantante continua a cantare e a suonare per conto suo, spesso fuori tempo,a mio modestissimo avviso,sbaglia molti accordi, dimentica o sbaglia le parole e mai in armonia con il chitarrista che sembra suonare altro.... Ascolese se ne accorge e più volte spiega che in pratica non hanno provato.
Oltre a ciò ...l'impianto audio è approssimativo. Più che un concerto, sembrava un Jam Session (per i non esperti di musica,un incontro occasionale di musicisti che si mettono a suonare e si divertono senza nulla di preordinato).
Pure a me,a casa mia,vicino al fuoco,è capitato di suonare la chitarra insieme a Peppe Palladino e a Raffaele Cardone... o a Matteo Cantarella.
Ma rigorosamente a casa mia e vicino al camino, con un bicchiere di vino sul tavolino.
Quando mi è capitato di salire su un palco con loro, per la sopra citata regola dell' ubi maior... non mi sono mai azzardato ad imbracciarla,la chitarra. Invece,tornando alle parole di Guccini, questa gente facendo leva sulla propria fama (vera o presunta) non ha ritenuto il sottoscritto ed altre 500/600 persone meritevoli di uno spettacolo preparato con un poco di impegno e serietà offendendo, chi, come me e molti altri presenti in sala, presumo,amano e conoscono bene, molto bene De André, facendo presa solo sulla parte di pubblico meno attenta e meno esperta di canto, musica e poesia, insomma, mi sia consentito, meno colta e che per ciò applaudiva a più non posso le imbarazzanti esecuzioni di quell'improvvisato duo.
Ecco.Il pubblico ammaestrato da una parte... e il ghigno e l'ignoranza dei primi della classe dall'altra...
Fabrizio De André merita altri interpreti, altri musicisti,altra gente che se ne occupi e che lo sappia ricordare, che ne sappia comunicare soprattutto a chi non lo ha conosciuto o a chi non lo conosce:la poetica,la continua ricerca di una spiegazione,di un senso,la voglia inevasa di un Dio ed il rispetto per un Cristo uomo... il modo gentile con cui ha fatto morire Marinella, il dolore per la condanna a morte di Geordie, il ripudio della guerra che uccise Piero, la considerazione e mai la commiserazione per i derelitti e gli ultimi, la grazia e l'amore per la donna,il disprezzo per la vanità.
De André mi ha insegnato ad essere un uomo migliore.
A ciò deve servire conoscerlo, non a servirsene.

18 dicembre 2018

'A storia è antica

Si, è antica.
Dice: - Ma qua' storia?
Dico: - Comme, qua' storia? 'A nosta!
Insiste: - Ma ...'a nosta... 'e chi?
Io: 'A nosta... 'e tutte quante!
Isso: Ma che vuo' dicere? ...'Nverita' nun aggio capito niente!
Risponno: - Comme, nun hé capito?
E ancora: - Aggi' pacienzia... nun aggio capito! 'O ssaie che vuo' fa’?
Cuntammélla tu,'sta storia!
Io: - E vabbuo', ma sta a sèntere buono,però!
Pecche' nun è propio na storia... comme a chelli storie che tèneno nu cappiello, nu svulgimento e nu finale... pusitivo si è possibile.
No, cca' se parla sulo d' 'o svulgimento,e 'o ssaie pecche'?
Pecche' comm' è accuminciata e comme va a ferni' nun 'o ssaccio e nun 'o ssape nisciuno... e nisciuno mai 'o venarra' a sape'!
Nun sta a sèntere è cchiacchiere!
'Nzomma, sta storia ca te voglio cunta' é 'a vita, 'a vita nosta!
Tante n' hanno parlato e ogneduno ne tène nu penziero, n' idea, che te voglio di' ...per esempio:
Eduardo diceva ca è comme a nu suonno ca t' é paruto vero e riale finché duorme... e nun 'o puo' cunta' a nisciuno, quanno te scite, tant' è fatto e niente!
O pure Don Ferdinando Russo che diceva ca ogn' anno che passa è n'ata rappa 'nfaccia, n'ato suonno fernuto, n'ata fronna caduta, n'ata speranza morta e sutterrata.
O ancora Diego Petriccione che diceva che "tanno, 'a sunata 'e ll' ora, forse accumencia ' a vita".
Nun e' overo, nun 'e ddà retta! Chi 'e nuie nun ha passato nu guaio, chi nun ha perso nu parente, n'amico: 'o cchiu caro.
Chi é che nun se va a fa viecchio e chi nun se chiagne 'o tiempo bello:'o tiempo 'e quanno int' é ssere d'esta' 'nzieme a na nnammuratella, 'o viento frisco le passava ncuollo:o quanno, l'acqua fredda d' 'a vernàta lle cadeva 'ncapo e nun le veneva manco nu poco 'e tosse.
- E allora? Che vo' dicere?
Che mo' che m'arretiro cchiu 'ambressa 'a sera ...ca nun vaco scavezo pe' sotto a ll'acqua che chiove ... ca na rappa me segna 'a faccia sotto a quacche capillo janco.... mo' che tengo 'a trent'anne 'a stessa 'nnammurata.
- Che vo' dicere? che 'a vita mia nun è cchiu' vita?
No ...nun è accussi, pure si 'e vvòte te pare ca 'o munno te cade ncuollo e pienze ca nun putarràie maie asci' 'a lla' sotto!
No, si 'o core rummane giovane, si ll'uocchie 'e ttiene sempe apierte ncopp' a' ggente che truove, e ca te passa a fianco.
Si dai sempe n' ata pussibbilita' à vita, a chello che te po' offri' a chelle che te po' da' ancora.
Si pienze e si cunvinto che ce stanno ancora e sempe: migliara, miliune 'e cose 'a sape', 'a capi', 'a 'mpara'. 
E cchiu' t' 'e 'mpare e cchiu' e vuo' cunta' all'ate... comme sto facenno mo' cu te Anto', o cumme avimmo fatto io e chilli cumpagni cari d' o' Master l'ata sera ...cu chillo cuncertino che ato nun vulev'essere che 'a condivisione 'e n'ammore!
Allora, amico mio, hé capito chello che voglio di'?
Che 'a vita... si nun ce miette l'ammore... nun e vita, ma è morte ...pure si tiente vint' anne!


19 novembre 2018

La fame


La fame nel mondo è assai, diceva un piccolo alunno della scuola elementare di Arzano, negli anni '80 in un tema pubblicato poi in un libro intitolato "Io speriamo che me la cavo".

Dopo 30 anni la fame del mondo " è ancora assai", parlo ovviamente della fame di cibo del terzo mondo, che nel frattempo è diventato quarto o quinto e ciò in barba alle modernizzazioni, alle globalizzazioni, alla facilità relativa di approvvigionamenti alimentari, alle finte e continue beneficenze buone solo agli Stati, liberi così di non occuparsene ed a noi ad alleggerire la nostra obesa ed opulenta coscienza!
è anche aumentata la fame di sapere dei mediorientali e delle acerbe ed ancora incompiute democrazie maghrebine.
Da noi invece?
Da noi la fame è diminuita, anzi è quasi prossima allo zero!
Ma no , non la fame alimentare! No... Quella anche da noi sta aumentando vertiginosamente!
Parlo di altri tipi di fame che sono pericolosamente diminuiti cioè la fame del sapere, la fame di giustizia , la fame di giustizia sociale, la fame della costruzione di una società diversa!
Questa fame nessuno ce l’ha più ...
I giovani non sognano più una società fondata sulla giustizia sociale, sull' uguaglianza, sulle pari opportunità... Non sognano più una rivoluzione, seppure ipotetica, per ottenere ciò , non si riuniscono più in associazioni, movimenti e perché no, partiti politici per cercare le condizioni per la costruzione di un mondo nuovo, del loro futuro...
Li guardo e mi sembrano spenti, involuti nel linguaggio, appiattiti sulle stesse convinzioni , omologati nel modo di apparire e di porsi al mondo e noi... che non riusciamo a trasmettere loro alcuno dei nostri sogni delle nostre conquiste, delle nostre battaglie !
Ci siamo limitati a farli crescere senza problemi, senza patemi, senza rinunce ed alla fine li abbiamo fatti crescere senza FAME!
Quando ero adolescente ed andavo a vedere la partita dell' Avellino mi capitava spesso di imbattermi in un simpatico vecchietto che girava instancabilmente con dei palloncini colorati ed un cartello che diceva:

"è colpa tua, i figli non ti obbediscono perché hanno troppi soldi in tasca"

Ero giovane e squattrinato, non capivo cosa volesse dire.
Ora, trent'anni dopo ho capito...


2 novembre 2018

Il testimone


Ti guardo dai vetri appannati dell’auto e scorgo tutta la tua tristezza immobile.
Tu, ora deserta e spoglia: che non sai più accogliere allegre e sincere risate, ne’ giochi di ragazzi, ne’
giovani litigarsi il sogno di un mondo diverso, ne’ più avi raccontarsi dei giorni andati.
Me lo racconti però, quel mondo.
E io mi perdo dolcemente mentre ti ascolto raccontarmi della mia vita...
di ciò che mi è appartenuto e che ancora mi appartiene, me li fai rammentare tutti quei giorni felici.
Alzo lo sguardo e ti guardo ancora.
Piangi... piangi con me ...e mi parli singhiozzando di gente che non sa più incontrarsi e condividere... ti sentì inutile e démodée nel deserto che ti circonda..
Non ti arrendere o Piazza mia, silente e muto testimone di felicità perdute.


14 ottobre 2018

Autunno


Passeggio indolente per i viottoli sterrati, a passo lento,lentissimo.
Non c’è nessuno. Tutto tace intorno a me.
Non odo che il cinguettio lontano di un uccellino su di un ciliegio dalle foglie stanche di ocra.
Sento addosso una brezza leggera che trasporta dolce i miei pensieri,li fa ancor più malinconici, così com'è tutto attorno a me.
Tutto è sfumato, senza contorni.
Mi sembra di sentire,mentre cammino,il respiro silente della terra,degli alberi,dei noccioli,un respiro calmo e lento,di riposo.
Scorgo un chicco d’uva su un raspo ormai secco... lo assaggio,è dolcissimo... lo assaporo lentamente mentre guardo l’indaco del cielo che si muta in un arancio speranzoso ad annunziare una tiepida sera.
Ah, com'è languido e cheto l’autunno... metafora della nostra vita!


12 ottobre 2018

Noi


Sul lettino, al mare, il nostro solito mare, quello delle nostre brevi, estemporanee evasioni...
con te di fianco.
Ti osservo mentre leggi, osservo il tuo velato sorriso che mi racconta del tuo volare dietro a ciò che ti rapisce nel tuo leggere assorto.
Ti guardo.
Sei tu.
Sei sempre tu.
Nonostante il tempo scivolato su di te, su di noi.
Quel tempo che ci ha presi, ci ha feriti, ci ha guariti e che ancora ci ferisce, che ci fa barcollare, ci atterrisce, poi ancora ci fa rialzare;
quel tempo che abbiamo preso, che abbiamo amato e vissuto, che ci ha visto amare e vivere, ma che servirà per farci vivere e amare ancora, perché la sola consapevolezza di averlo fatto atrofizza l’anima, non la nutre;
quel tempo che abbiamo perso, che ci è sembrato aver perso dietro a serate e nottate infinite ad interrogarci su di noi, sul mondo, sul suo senso e sul nostro all'interno di esso;
quel tempo che è inevitabilmente trascorso che ci ha trovati a volte impreparati, ma mai soli, che ci ha visto…
che ci vede crescere insieme e
che ha fatto di te e di me,
Noi.

28 agosto 2018

Il vento

Sono qui, davanti al monitor, la finestra di fronte e la tua foto di fianco.
Fumo e guardo fuori.
L' azzurro del cielo appena macchiato da bianchi cirri sopra i miei tetti antichi; un leggero vento da nord rende precario il caldo della controra e sembra volersi portar via questa inutile estate oramai esausta.
Ascolto Paul che mi ripete in words of wisdom "Let it be".
Gli do retta.
Del resto, che cosa potrei fare?
Nulla, se non aprire la finestra e lasciarmi accarezzare dal vento fresco.
Tutto il resto o quasi,non è affar mio,non dipende da me,dal mio,dal nostro volere.
Me ne persuado sempre di più anche se dentro di me una lotta perenne tra l'ineluttabilità del destino e la speranza di determinarlo, spesso vana, come è capitato con te.
Penso e rimugino, ma la mia mente non mi dà soluzioni, anzi mi innervosisce perché mi dà ragione, asseconda il mio umore, non mi risponde, non mi sa rispondere.
Mi alzo e apro quella finestra.
Il vento fresco mi avvolge, mi fa sentire più leggero

29 luglio 2018

Dialetto e cultura


Quando da ragazzi ci si innamorava, si era così felici che si voleva far partecipe tutto il mondo di quella felicità, la si voleva raccontare e condividere con tutti.
Per me è stato sempre così anche da adulto... anche adesso...
Mi sono sempre innamorato di tutto.
Il mio ultimo amore è un... pardon... IL MASTER sulla Canzone Napoletana che sto frequentando al Conservatorio di Salerno.
Me ne sono innamorato subito.
Merito dei docenti e precipuamente del coordinatore, maestro Pasquale Scialò, dei compagni di viaggio, colti, intelligenti, sensibili e malati di conoscenza, ma soprattutto dell’oggetto del Master:
LA CANZONE NAPOLETANA!

Non sembri riduttivo e banale, amici, non lo è per nulla, anzi.
La canzone napoletana, così semplice, scontata, anche abusata e da molti ritenuta (anche a ragione) buona per passare una serata tra amici, racchiude in se’ una musica di fattura sopraffina, una poesia di struggente idillio, di reale disincanto o di dolore esistenziale poggiata su costruzioni formali ed esattezze e finezze sintattiche e metriche tal da renderla un autentico capolavoro.
IL TUTTO IN UNO SPLENDIDO DIALETTO NAPOLETANO!!!
Uno dei moduli del Master è proprio lo studio del dialetto napoletano o lingua se si vuole, la fonetica, la grammatica, la sintassi.
Ho scoperto (già lo sospettavo) che il dialetto napoletano (patrimonio UNESCO dal 2014) non è per nulla un modo grossolano o deteriore rispetto all'italiano di esprimersi; al contrario, in esso non vi è nulla di casuale, tutto ha una regola, una derivazione, un perché.
Il napoletano non è affatto, come si pensa, una derivazione dell’italiano, è una sua lingua sorella come del resto il francese e lo spagnolo poiché come loro deriva dal latino.
Qualche giorno fa parlavo con entusiasmo a un mio caro amico della bellezza, della logicità e della scientificità di questo dialetto e lui dopo avermi ascoltato concludeva “chi parla in dialetto o chi lo scrive sapendolo fare, non va censurato ma premiato!”
Eppure non c’è più quasi nessuno a saperlo fare.
Come più volte “denunciato” da Pasolini, dopo il ‘68 ed in concomitanza con le forti emigrazioni dal sud al nord ed all'estero, con la sostanziale scomparsa delle classi sociali tipiche confluite tutte nella nuova ed omologante classe sociale, IL CONSUMATORE, si è sentita l’esigenza di “italianizzare “ gli italiani affrancandoli dai loro dialetti e spingendoli a parlare tutti un altrettanto omologante italiano.
Ciò ha portato (soprattutto nelle regioni del sud Italia) questi nuovi consumatori omologati a detestare il loro dialetto, a non considerarlo più espressione di un modo di essere o un valore ed in qualche caso addirittura ad abiurarlo nonostante continuassero a parlarlo (Pasolini).
In quel contesto si inseriva nel 1970 il poeta siciliano Ignazio Buttitta che scriveva la poesia “ Lingua e Dialettu” nella quale avvertiva ed ammoniva che un popolo diventa servo e perde la libertà non quando perde il lavoro, il letto o il desco, “ma quando perde la lingua ereditata dai padri”, poiché con essa perde la sua identità, la sua specificità, la sua appartenenza, la sua cultura e i suoi valori.
Nonostante Pasolini e Buttitta, la delegittimazione del dialetto è proseguita, ma pure dell’italiano in quanto non era quello umanistico ad essere adottato dal consumatore e richiesto dal sistema, ma quello tecnico, aziendalistico, senza anima, senza storia, senza cultura , che ha continuato ad involversi fino ad arrivare ad un impoverimento lessicale impressionante.
Oggi poi la tecnologia lo sta sempre più sostituendo con sigle ed acronimi come si conviene in un mondo che ha sempre più fretta e fretta di fare soldi.
Ed il dialetto?
Che fine ha fatto?
Lo parlano ancora in molti, quasi tutti, senza conoscerlo.
Non lo conosce ormai quasi più nessuno, perché nessuno lo studia e quasi nessuno lo legge, per cui non lo si sa scrivere.
Quando lo si legge sui social, scritto così come si pronuncia, sembra un miscuglio tra slovacco, arabo e onomatopee.
Quello parlato, come in tutte le lingue, denota lo stesso impoverimento dell’italiano (non parliamo degli accenti volgari e bestiali anche nella stessa Napoli) a testimonianza dello scarso, scarsissimo livello culturale.
Terminerà questa epoca da basso impero.
Verrà un nuovo umanesimo.
Ci sarà un nuovo Rinascimento.
Almeno lo spero.

16 luglio 2018

La corsa


Cominciò un giorno d’autunno, la mia
con sol di fianco a me chi là già c’era;
ma freschi mattini di primavera,
mi spingevano fuori, nella via.
Era bianca, lunga, sempre in festa,
vi trovai l’amor e tant’ amicizia;
vigore, fervore, mai la pigrizia
Ci facevan correre a lancia in resta.
Correndo, mi girai e volsi ‘l mio sguardo
fin a veder chi di noi s’attardasse,
Ché già cominciate eran le salite.
Piansi su quelle corse ormai finite.
Or chied’al mio destin che sol mi desse,
Di non tagliar da solo il suo traguardo.

27 maggio 2018

‘E nasille

Me so’ sesuto ‘e notte stammatina 
pe me i’ a fa’ na passiata a pere 
e pe’ me senti’ ncuollo 
‘o viento frisco
d’ ‘a primma matina...
Me so’ pigliato
nu poco ‘e latte,
pe nun me fa veni’ 
na debbulezza ‘e stommaco
e song’ asciuto.
Guardavo e cammenavo.
Vedevo ‘e ccerase ammature
ca ascevano ‘a rint’ ê ffronne
ancora chiene d’acquazzo.




Me parevano tanta
nasille ‘e pagliacce
ca spontavano ‘a fore
a chelli cchiome
verde smagliante.
All’intrasatta
me so’ sentuto ‘e chiamma’: 
Giuvino’,Giuvino’ venite a ccà,
tirateme ‘o nasille...
adduciteve ‘a vocca!
E ie:
Aggiate pacienza...
ma ‘o core nun m’ ‘o dice
‘e v’ ‘o tira’... me paresse
‘e ve fa’ ‘na mal’azione!!



E ancora ‘ isso:
Ma vi sbagliate!
‘A mal’aziona m’ ‘a facisseve
si vuje nun ve fermasseve a me guarda’
e nun me terasseve chillo
ca vuje chiamate
‘o nasille!
Penzate che c’aggie miso
quasi ‘n anno pe m’ ‘o fa asci’!!!





Nun me so’ miso paura:
d’ ‘o viento ‘e jannaro,
d’ ‘o ggelo e fravaro,
d’ ‘e truone ‘e marzo.
Nun m’hanno fatto niente
manco ‘e ggránnele
contratiempo d’abbrile.
Me so vestuta a festa!!
M’ avisseva vuluta vedé!
Chiena chiena ‘e sciure ianche,
ca manca chella percoca la’ abbascio
ca ‘e tteneva rosa
era cchiu’bella‘e me!
Perciò, giuvino’,
non facite ‘o restivo,
tirateme ‘e nasille e diciteme
comme so’ venute!


24 maggio 2018

Pensieri

Corre la mente,
sposta i pensieri,
li annienta e li ricrea
li sparge per l’anima,
li butta via.

È veloce e feconda
eccone di nuovi,
di diversi,
parlano di idee,
di progetti.

Andranno via anch'essi,
prima o poi
anch'essi morranno…
disillusi.

17 maggio 2018

Ieri


Passeggiavo nell'aria fresca e umida di questo maggio inadeguato; passeggiavo per i luoghi che appartenevano a ciò che ero tanto tempo fa; per una stradina con i ciuffi d’erba al centro che ancora costeggia il torrente e con lo stesso cespuglio di canne con cui facevamo le lance per le nostre battaglie.
Camminavo e mi sentivo sereno... rivedevo quelle estati interminabili ...mi sono accorto di star sorridendo ...me ne sono compiaciuto.
Era ieri.
L’anima è di nuovo preda del vento lungi dalla quiete.